COBRA KAI 4: Una riflessione sull’equilibrio, le emozioni, il cambiamento e la Forza

Primo articolo del nuovo anno e lo dedichiamo a Cobra Kai. La quarta stagione della serie Netflix, sequel di Karate Kid, con William Zabka e Ralph Macchio è disponibile dal 31 dicembre 2021.

Noi di Life is Nerd l’abbiamo vista e l’abbiamo amata. Si tratta di una stagione che affronta diverse tematiche con un ritmo veloce che alterna momenti di azione, riflessione e nostalgia su una storia equilibrata.

In questo articolo, analizziamo alcuni aspetti e temi affrontati in questa quarta stagione.

UNIONE ED EQUILIBRIO

cobra kai johnny e daniel

Nella quarta stagione di Cobra Kai, Johnny e Daniel si trovano a dover collaborare per poter far fronte a Kreese e al Cobra Kai.

La partenza non è delle migliori, i due rivali del liceo hanno stili di combattimento diversi ma soprattutto mentalità e personalità diverse. Questo genera non poca confusione negli allievi che si trovano tra due fuochi e a dover imparare lezioni spesso contrastanti tra loro.

Tutto sembra ruotare, almeno all’inizio, intorno al concetto riassumibile nel detto “l’unione fa la forza”. I due sensei devono capire che per battere Kreese devono unirsi, fare fronte unito contro un nemico comune. Per questo, devono superare le loro divergenze, mettere da parte la loro rivalità, cosa non facile da fare dato che entrambi sono anche molto testardi.

Essere uniti però non basta, nel corso delle puntate si passa ad un altro concetto che l’unione la presuppone, ovvero quello dell’equilibrio. Johnny e Daniel non devono solo unire le forze ma anche trovare il giusto equilibrio tra esse.

Lo Ying e lo Yang è il concetto che rappresenta perfettamente la situazione in cui si trovano i due maestri di karate. Si tratta di una teoria taoista secondo la quale tutto ciò che ci circonda è composto da forze opposte che solo unendosi in armonia possono favorire il movimento e il cambiamento.

In pratica, LaRusso e Lawrence sono uno lo Ying e lo Yang dell’altro. Sono due forze opposte tra loro che devono unirsi in armonia, vale a dire in equilibrio, per raggiungere l’obbiettivo che non è altro che quello di battere sensei Kreese e il suo dojo.

QUESTIONE DI STILE

coba kai miyagi do stile

La filosofia cinese dello Ying e dello Yang si presta bene a spiegare anche la dualità interna dell’essere umano.

Tutti noi siamo fatti sia di luce che di ombra, c’è in noi sia bontà che cattiveria.

“Nessun buono è mai veramente buono e nessun cattivo è mai veramente cattivo” dice Loki nell’omonima serie targata Disney.

Tutti noi siamo portati ad avere una visione dicotomica della realtà che ci circonda, a vederla in termini assoluti. In altre parole, si giudica ciò che è buono e lo si separa da ciò che è cattivo senza capire che buono e cattivo, luce e ombra sono complementari.

“Solo un Sith vive di assoluti” dice Obi-Wan in Star Wars Episodio III La Vendetta dei Sith ma anche i Jedi non scherzano. Se entrambi gli ordini della Forza avessero capito che non ci sono solo due lati in essa magari non si sarebbero estinti.

Tutto questo per dire che Daniel e Johnny sono due facce della stessa medaglia e ognuno è convinto che il proprio modo di fare le cose sia l’unico giusto. Quello del Miyagi Do che insegna il primo è fondato sulla difesa. Quello insegnato dal secondo, derivato dal Cobra Kai, invece è fondato sull’attacco. Però non si può solo difendere così come non si può solo attaccare e ciò vale anche fuori dal tatami.

Nella vita si è chiamati ad affrontare situazioni e circostanze diverse che non possono essere risolte tutte allo stesso modo. A volte si deve attaccare, altre difendere, mantenendo sempre un certo equilibrio.

Va considerato anche che ognuno ha un proprio modo di affrontare le sfide, che è frutto di ciò che si sa, di ciò che si apprende e di ciò che si vive.

Sam: La sto attaccando ma non funziona. Che stile devo usare?

Daniel: Il tuo. Usa il tuo stile.

Ep.10 s.4 “L’ascesa” Cobra Kai

Ognuno ha il proprio stile che non può essere giudicato giusto o sbagliato, positivo o negativo e va ricercato dentro se stessi.

Miyagi: Sì come bonzai cresce e viene su a modo suo perché ha radice forte, per stesso motivo tu scegli di fare karate a modo tuo.

Daniel: Ma io lo faccio come te.

Miyagi: Un giorno anche tu farai a modo tuo

Karate Kid 3

Dunque, posto che tutti noi siamo un po’ Miyagi Do e un po’ Cobra Kai e che non c’è un unico modo giusto per fare le cose, allora non c’è anche un unico punto di vista giusto da cui osservarle.

Quella della prospettiva è una concezione cara a filosofi come Nietzsche secondo cui l’uomo deve costantemente aggiornare il proprio punto di vista e non fissarsi mai su una presunta verità definitiva.

È il prospettivismo secondo il quale tutto nel mondo può essere analizzato da diversi punti di vista, ognuno dei quali concorre a comprendere meglio la realtà con il proprio specifico e particolare apporto.

EMOZIONI DELETERIE

Il filosofo greco Seneca nella sua opera “De Ira” affermava che la rabbia è una delle emozioni più deleterie perché sconvolge i tratti somatici dell’individuo.

La rabbia, insieme alla paura, alla tristezza, alla gioia e al disgusto, è tra le emozioni primordiali che governano l’agire umano. Sono le funzioni primarie, racchiuse in quello che le neuroscienze chiamano “cervello rettiliano”, che hanno permesso all’uomo di sopravvivere per milioni di anni.

Le emozioni infatti sono state per molto tempo il principale meccanismo di risposta agli stimoli e ai pericoli. Sono legate all’istinto, alla parte più selvaggia e naturale dell’essere umano che, solo in un secondo momento, ha cominciato a usare la ragione e ha messo un freno alle emozioni, o almeno ci ha provato.

Sì perché le emozioni sono difficili da gestire, esse esulano dal controllo della ragione, portano a fare cose che non si farebbero, a dire cose che non si direbbero e a prendere decisioni che non si prenderebbero. Non è un caso se esistono locuzioni come “accecato dalla rabbia” o “accecato dall’odio”. Le emozioni offuscano il giudizio e per questo non permettono di vedere la realtà per come è ma la distorcono.

Generalmente, due cose si possono fare per gestire le emozioni: dominarle o lasciarsi dominare.


COBRA KAI E MIYAGI DO COME JEDI E SITH

Dimitri: Avevo difficoltà a batterlo quando non era dal lato oscuro della Forza. Ora che è diventato un Sith, mi sento come un Jedi che sta per essere massacrato.

Eli: Ma tu stai più in alto. È il tuo vantaggio. Così Obi Wan sconfigge Anakin.

Ep.10 s.4 “L’ascesa” Cobra Kai

Chi come Dimitri ed Eli è un fan di Star Wars avrà sicuramente colto i riferimenti e avrà notato che Miyagi Do e Cobra Kai si contrappongono come Jedi e Sith.

Ai membri del Cobra Kai, come agli apprendisti Sith, viene insegnato ad incanalare le emozioni, ha lasciarsi dominare da esse ed a usarle come fonte di energia per colpire prima, colpire duro e non avere pietà.

Le emozioni e la forza che sono in grado di generare vengono sfruttate e accresciute, soprattutto quelle negative come la rabbia, l’odio, la frustrazione e la paura.

“La paura conduce al lato oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza”

Yoda in Star Wars Episodio III La vendetta dei Sith

Al contrario, ai membri del Miyagi Do, come ai padawan Jedi, viene insegnato a dominare le proprie emozioni, a favorire quelle positive come gioia, serenità, pace e altruismo e cercare il distacco.

“L’attaccamento conduce alla gelosia, l’ombra della bramosia essa è […] esercitati a distaccarti”

Yoda in in Star Wars Episodio III La vendetta dei Sith

Entrambi i dojo, come entrambi gli ordini, sono convinti che il proprio modo di agire e pensare sia l’unico giusto. In realtà, ne abbiamo parlato nei paragrafi precedenti, non esiste un unico modo giusto di fare le cose. Non esiste un unico modo giusto di fare karate così come non esiste un unico modo giusto di usare la Forza. Dipende tutto dalla circostanza che porta una persona ad essere più Jedi/Miyagi Do o più Sith/Cobra Kai.

L’importante è trovare l’equilibrio come sostengono i Jedi grigi che, nel paragone che si sta facendo, sono il Miyagi Fang menzionato nella conversazione tra i sensei LaRusso e Lawrence a proposito dell’unione dei loro dojo.

Daniel: Johnny.

Johnny: Che cosa vuoi?

Daniel: Voglio il tuo aiuto. Ascolta tu ed io siamo fatti a modo nostro ma questi ragazzi stanno crescendo e possono imparare da entrambi. Possono usare quello che gli insegniamo per creare il loro modo. Non volevo che questo accadesse perché ci tenevo così tanto ad onorare l’eredità del Signor Miyagi ma ho dimenticato la sua lezione più importante. Ero spaventato dall’ascendente che avevi su Sam ma adesso capisco che alcune cose che insegni possono essere positive e mi dispiace non averlo capito prima.

Johnny: Dispiace anche a me.

Cobra Kai s.4 ep.10 “L’ascesa”

COBRA KAI COME LA POZIONE DEL DR. JEKYLL

cobra kai eli

Nei paragrafi precedenti si è detto che le emozioni distorcono la realtà. Esse fanno fare e dire cose che razionalmente non si farebbero e che esse, soprattutto quelle negative, cambiano l’individuo, lo sconvolgono. Si è detto cosa ne pensava Seneca a proposito dell’ira, per il filosofo è una delle emozioni più deleterie proprio da questo punto di vista.

Si è detto anche che il Cobra Kai, al contrario del Miyagi Do, sfrutta le emozioni, soprattutto quelle forti come appunto la rabbia, la frustrazione e la paura per trarne forza ed adempiere alla legge del pugno.

È chiaro dunque, secondo questo ragionamento, che chi entra nel Cobra Kai non è più lo stesso. Chi entra nel dojo dei serpenti inevitabilmente cambia e di esempi ce ne sono tanti.

Il primo è Eli Moskowitz, interpretato da Jacob Bertrand. Eli è un nerd vessato dai bulli che lo prendono in giro per la cicatrice che ha sul labbro, segno di un intervento per la correzione del labbro leporino che aveva da piccolo. Si unisce al Cobra Kai nella prima stagione e da timido e timoroso ragazzo si trasforma in un falco di nome e di fatto. Eli cambia look e personalità, diventa aggressivo, scontroso e prepotente, si vendica dei bulli che lo hanno perseguitato ma diventa egli stesso un bullo.

È praticamente irriconoscibile agli occhi di chi prima era suo amico. In primis il suo migliore amico Dimitri che cerca di farglielo notare e che diventa nemico nel momento in cui si rifiuta di unirsi ai Cobra.

Eli però non è l’unico a cambiare nel Cobra Kai. Più recentemente, nella quarta stagione, anche Robbie Keene (Tanner Buchanan) subisce l’effetto del dojo di karate e della sua legge del pugno.

Il figlio di Johnny si unisce a Kreese dopo l’episodio della rissa a scuola per la quale, non solo viene espulso ma finisce anche al riformatorio dove viene vessato dagli altri giovani detenuti.

Robbie è accecato dal risentimento verso suo padre da cui si sente abbandonato, verso il suo sensei da cui si sente tradito e da Miguel che vede come suo sostituto. Così un po’ per punire il padre e il suo sensei e per battere Miguel e un po’ per sfogare la sua rabbia si unisce al dojo di Kreese. E’ lui stesso a rivelarlo a Johnny nell’ultima puntata della quarta stagione. Il giovane prende coscienza di ciò che il Cobra Kai stava facendo non solo a lui ma a tutti i suoi compagni.

“Non è l’incontro, è quel ragazzino, Kenny. Volevo prenderlo sotto la mia ala, essere il mentore che avrei voluto da piccolo ma quando l’ho visto oggi, è stato come guardarmi allo specchio. E ho visto che ho fatto un gran casino. Avevo tutto questo odio dentro, per te e per Miguel. E credevo di poter usare il Cobra Kai per controllarlo ma ha solo peggiorato le cose e ora non torneranno più a posto”

Robbie in Ep.10 s.4 “L’ascesa” Cobra Kai

Kenny (Dallas Dupree Young) è il fratellino minore di un ragazzo che Robbie ha conosciuto durante il periodo di detenzione. Ha tredici anni e a scuola è perseguitato dai bulli, su consiglio del fratello chiede aiuto a Robbie che lo addestra per farlo diventare più forte e proteggersi. Tuttavia Kenny perde il controllo, anche lui passa da ragazzino spaventato a ragazzo violento ed aggressivo. Non c’è niente di innocente nel sorriso carico d’odio che riserva al suo bullo venuto a scusarsi, che altro non è che Antony, il secondogenito di Daniel.

Robbie ferma il ragazzino prima che si spinga troppo oltre e lo osserva mentre compiaciuto minaccia il suo pentito aguzzino. “Ti aspetto fra un anno al liceo” dice ad Antony riverso a terra con le braccia intorno allo stomaco.

Insomma, Eli, Robbie e Kenny sono un esempio dell’effetto che il Cobra Kai ha sui ragazzi. Facendo leva sui loro più profondi desideri (per esempio vendetta o rivincita) e sulle loro più profonde e forti emozioni (rabbia, dolore, paura) li trasforma nella versione peggiore di loro stessi. È un po’ come la pozione del Dr. Jekyll del romanzo di Stevenson, che porta fuori ciò che è nascosto nei meandri del proprio essere.

Anche Daniel ne ha subito gli effetti. In Karate Kid 3 per un breve periodo si era unito al Cobra Kai sotto la guida del sensei Silver. Come per Eli e Robbie, grazie al signor Miyagi, si è reso conto di ciò che stava facendo e di ciò che stava diventando, ed è tornato sui suoi passi. Comunque sia l’esperienza lo ha segnato, anche per questo è determinato a fermare il dojo dal continuare a cambiare i ragazzi.

Va detto però che il Cobra Kai non è il male assoluto. Lo si è detto prima, non esistono assoluti.

Il Cobra Kai non insegna solo a colpire duro, colpire per primi e non avere pietà. Insegna anche a trasformare i propri punti di debolezza in punti di forza, a studiare il proprio avversario per individuare i suoi punti deboli e sfruttarli a proprio vantaggio.

“Conosci il tuo nemico, conosci te stesso, mai sarà in dubbio il risultato di cento battaglie”

Sun tsu in L’Arte della Guerra

Ciò che insegna il Cobra Kai non è quindi del tutto sbagliato, va bene voler essere più forti ma ciò non vuol dire doversi imporre per forza sugli altri. Dopotutto, come detto anche precedentemente, non si può solo difendere, a volte è necessario attaccare, sempre ovviamente nei limiti del consentito.

L’EFFETTO COBRA KAI

Sì, il titolo del paragrafo può essere fuorviante perché in teoria si è parlato dell’effetto che ha il Cobra Kai sui ragazzi nei paragrafi precedenti, soprattutto l’ultimo.

Il titolo di questo paragrafo è in realtà un rimando ad un effetto di cui si parlato in un articolo precedente (qui) che si chiama Effetto Lucifero.

L’Effetto Lucifero è stato studiato dallo psicologo americano Philip Zimbardo nel 1971 attraverso un esperimento psicologico, il cosiddetto Esperimento Carcerario di Stanford.

In breve, 24 studenti volontari dell’Università di Stanford furono divisi in due gruppi con due ruoli diversi: 12 guardie e 12 carcerati, ognuno con le rispettive regole. L’esperimento sarebbe dovuto durare 14 giorni ma già dopo 2 le cose precipitarono. Gli studenti con il ruolo di guardie diventarono sempre più violente e sadiche, arrivando a sediziare i finti detenuti. Dal canto loro, gli studenti con il ruolo di carcerati prima si ribellarono poi, a causa degli abusi, cominciarono ad avere fenomeni dissociativi e a mostrare un atteggiamento passivo e statico. L’esperimento fu interrotto dopo appena 4 giorni.

Il risultato? Ciò che porta l’uomo, inteso come individuo, a commettere azioni negative deriva da una serie di fattori situazionali, psicologici, ambientali e sociali. Tali fattori influenzarono il comportamento di entrambi i gruppi di partecipanti che, in un certo senso, dimenticarono il loro reale status. Zimbardo teorizzò che ciò fosse dovuto principalmente ad un processo di deindividualizzazione, favorito dall’anonimato, dalla responsabilità diffusa e dall’ampiezza del gruppo. In pratica, i partecipanti hanno perso la loro identità individuale per assumere quella gruppo, anonimizzandosi e di conseguenza deresponsabilizzandosi. Tutto ciò fu chiamato dallo psicologo americano come Effetto Lucifero.

Altri esperimenti simili sono stati effettuati nel corso degli anni, come quello dell’artista montenegrina Marina Abramovic nel 1974. Tutti con gli stessi risultati.

Ma che centra con il Cobra Kai? Il cambiamento della personalità di chi entra nel dojo dei cobra non è dovuto solamente alla questione delle emozioni di cui si è parlato prima ma ad essa si intrecciano altre dinamiche personali, sociali e psicologiche. Come per gli studenti dell’università, anche quelli del karate, sono ragazzi con una storia alle spalle.

C’è chi ha problemi famigliari, Kenny ad esempio ha il fratello in carcere, i genitori sono divorziati, la madre lavora tutto il giorno e il padre è lontano, in più come già detto c’è il bullismo a scuola. Un altro esempio è quello di Tory Nichols, altra allieva del Cobra Kai interpretata da Peyton List. Tory ha la madre malata, un fratellino di cui prendersi cura e deve farcela economicamente solo con il sussidio di invalidità della madre che è poco. O ancora Robbie. All’inizio era immischiato in brutti giri d’amicizia, la madre pensava più a uscire e bere piuttosto che a lui e il padre, per diversi motivi, non era presente, a questo si aggiungono i problemi economici. Stesso discorso si potrebbe fare per Eli.

Insomma, è chiaro che tutto si mischia. Il Cobra Kai diventa una valvola di sfogo per quel mix di emozioni, problemi e dinamiche. Lo stesso vale per gli studenti dell’esperimento di Stanford. A ciò si aggiunge la deindividualizzazione teorizzata da Zimbardo. Gli studenti di Stanford e quelli di karate fanno parte di un gruppo e come tale ragionano e agiscono. Ciò che fa o dice un singolo, la fa o dice tutto il gruppo. La responsabilità è diffusa, tutti sono responsabili delle conseguenze e allo stesso tempo non lo è nessuno.

Inoltre va sottolineato che sia nell’esperimento di Stanford ma soprattutto in quello della Abramovic, ai partecipanti è stata data la possibilità di fare ciò che volevano. Nello specifico, ai volontari nel ruolo di guardie nell’esperimento di Zimbardo fu detto che dovevano controllare che i carcerati rispettassero le regole e potevano farlo con ogni mezzo e maniera. Allo stesso modo, nell’altro esperimento i partecipanti avevano il via libera per fare dell’artista ciò che volevano con i mezzi a disposizione (per saperne di più qui).

In pratica, è stata data un’occasione che in entrambi i casi è stata colta portando a risultati discutibili. Quello che si è creato è un falso senso di libertà e onnipotenza, per quel lasso di tempo si era liberi da ogni costrizione e al di sopra di ogni regola.

Una cosa simile accade nel Cobra Kai, agli allievi viene instillato, volendo o non volendo, questo falso senso di superiorità che quasi ricorda il superomismo di Nietzsche.

Dunque, l’Effetto Lucifero dimostra come dietro azioni negative ci possa essere una spiegazione, delle motivazioni che derivano da fattori sociali, ambientali, psicologici e situazionali. Quello del Cobra Kai è un esempio del medesimo effetto.

CONCLUSIONE

cobra kai miyagi fang

Per concludere, se siete arrivati a leggere fino alla fine meritate un premio. Le questioni trattate non sono per nulla semplici, anzi il contrario. Ad ogni modo, riguardo questa quarta stagione e più in generale la serie di Cobra Kai, il nostro giudizio è positivo. Tratta, come si è visto, di tematiche profonde ma in maniera leggera coniugando elementi nuovi e elementi noti. I richiami ai film di Karate Kid suscitano sempre nostalgia così come il ritorno di volti noti come il sensei  Kreese, interpretato da Martin Kove e più recentemente Terry Silver, interpretato da Thomas Ian Griffith. Oltre loro ci sono state Elisabeth Shue e Tamlyn Tomita che hanno ripreso i loro ruoli di Ali Mills e Kumiko.

Inoltre è interessante l’evoluzione del rapporto tra Johnny e Daniel. È iniziato nei film come rivalità adolescenziale poi si è evoluto fino a giungere in una non ancora esplorata vera collaborazione. Si è visto che i due sensei sono molto testardi, diversi e allo stesso tempo simili. Entrambi non vogliono apparire deboli e difendono a spada tratta le loro convinzioni ma sono anche due facce della stessa medaglia.

Come è stato detto, sono uno lo Ying e lo Yang dell’altro, nel senso che rappresentano l’uno una parte dell’altro. C’è in Danny lo stesso turbinio di emozioni forti che c’è in Johnny ma mentre l’uno lo controlla, l’altro lascio che esso lo controlli. In Daniel, lo si vede brevemente quando l’ex campione di karate spacca in due il tablet del figlio durante una discussione. Fino a quel momento non aveva mai perso le staffe in quel modo, almeno non in maniera significativa.

Allo stesso modo Johnny, sotto l’apparenza di uomo irresponsabile e casinista, è in realtà un uomo con delle paura e delle insicurezze legate al fatto di non sentirsi all’altezza come figlio, come studente di karate, come marito e come padre.

E’ altresì interessante vedere come mentre il rapporto tra Johnny e Daniel si fortifica, quello tra Kreese e Silver invece si spezza in una sorta di specularità. La differenza tra i primi li porta ad avvicinarsi mentre parallelamente la somiglianza dei secondi li porta ad allontanarsi. Cosa diceva la legge degli opposti?

Comunque sia, Cobra Kai è una serie leggera ma pesante se la si guarda attentamente. Non esente da difetti che passano comunque in secondo piano rispetto ad una storia che prosegue da dove si era interrotta in passato con i film e continua degnamente aggiungendo personaggi e situazioni nuove.

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