Con The Mandalorian and Grogu l’universo di Star Wars ritorna sul grande schermo dopo anni di avventure esclusivamente in streaming. Il passaggio del leggendario cacciatore di taglie mandaloriano Din Djarin e del piccolo Grogu dalla piattaforma streaming Disney Plus alla maestosità della sala cinematografica ha rappresentato una scommessa tanto ambiziosa quanto rischiosa per la Lucasfilm. Con questo nuovo film il regista Jon Favreau e il “re mida” della lore di Star Wars, Dave Filoni, non si sono limitati a espandere l’universo narrativo nato con la serie The mandalorian, ma hanno confezionato una pellicola che, un po’ come Rogue One, ricalca le atmosfere della classica space opera senza l’ausilio di spade laser e dicotomia bene-male.
In questo resoconto analizziamo quindi alcuni aspetti del film, evidenziando come le influenze del grande cinema del passato abbiano plasmato un’opera complessivamente apprezzabile anche per chi non conosce da vicino i personaggi coinvolti nella storia.
La trama di The mandalorian and Grogu
Per chi non ha seguito la serie, The Mandalorian and Grogu è ambientato nel delicato periodo di transizione dopo la caduta dell’impero, in cui la Nuova Repubblica cerca faticosamente di consolidare il proprio controllo. Il film vede il leggendario cacciatore di taglie Din Djarin e il piccolo Grogu intraprendere una rischiosa missione per la Nuova Repubblica nei territori senza legge dell’Orlo Esterno. Incaricato di scovare e consegnare alla giustizia Coin, un ufficiale imperiale dal volto sconosciuto e che molti credono già morto, il duo si trova catapultato al centro di un pericoloso intrigo galattico, che li costringerà a fare i conti con i Gemelli del Cartello Hutt e l’implacabile cacciatore di taglie Embo.
Senza svelare la narrazione completa, la pellicola si configura come un avvincente viaggio on-the-road che porterà i due protagonisti a esplorare e rafforzare ancor di più il legame che li unisce.
Camei ed easter eggs
Un aspetto che spesso rischia di appesantire le moderne produzioni è l’uso smodato e fine a se stesso del fan service. In The Mandalorian and Grogu, fortunatamente, la scrittura devia da questa trappola, integrando i personaggi secondari (e alcune apparizioni a sorpresa) perfettamente nella storia.
Ad accompagnare il mandaloriano per buona parte del film c’è infatti Garazeb “Zeb” Orrelios, che i fan di lunga data sanno bene essere uno dei membri degli Spettri, la cellula ribelle protagonista della serie animata Star Wars Rebels. Il Lasat ex guardia d’onore del suo pianeta nativo fa da spalla al mandaloriano, aiutandolo a catturare Coin, rendendosi anche protagonista di un combattimento in pieno stileRebels.

Il cameo di Martin Scorsese
All’interno del film è presente anche un cameo di Martin Scorsese. Il leggendario regista della New Hollywood interpreta un Ardenniano a quattro braccia che gestisce un punto di ristoro informale su Shakari. Pur mostrando inizialmente riluttanza a essere coinvolto negli affari di Din Djarin e Grogu, finisce per fornire informazioni cruciali ai protagonisti. Il cuoco è modellato proprio sulle fattezze del regista, mostrando come segno caratteristico proprio le stesse sopracciglia, un dettaglio non casuale come ha spiegato Jon Favreau:
“Abbiamo preso tutta la sua interpretazione, l’abbiamo montata e poi l’abbiamo data agli animatori, che hanno iniziato a lavorare. Anche a loro è piaciuto molto, hanno dedicato più tempo a quegli elementi di Martin Scorsese nel character design, e il punto è che anche loro si sono ispirati a lui, e ognuno ha aggiunto qualcosa, ma è davvero una delle migliori animazioni di sempre”.

Le sopracciglia non sono però l’unico dettaglio particolare del cuoco. Prestando attenzione ai titoli di coda alla fine del film, è possibile notare che il personaggio di Scorsese viene ufficialmente identificato come Hugo Durant. Il nome apre a un collegamento diretto con Rio Durant, l’Ardenniano introdotto nel film Solo: A Star Wars Story e doppiato da Jon Favreau, creando così un legame meta-testuale tra i due registi.
Inoltre il nome Hugo è un chiaro omaggio al protagonista del film Hugo Cabret del 2011, diretto proprio da Martin scorsese.
Uno squadrone di registi
Nelle scene ambientate nella base militare Adelphi della Nuova Repubblica, i fan più attenti avranno certamente notato alcuni volti noti dietro le quinte di Star Wars.
Uno di questi cameo è Deborah Chow nei panni del pilota Sash Ketter, che ha diretto i capitoli 3 e 4 di The Mandalorian e tutti e sei gli episodi di Obi-Wan Kenobi (qui la nostra recensione). Chow aveva già interpretato il pilota di Ala-X nei capitoli 6, 21 e 24 di The Mandalorian.
Rick Famuyiwa, che ha diretto sei episodi di The Mandalorian, un episodio di Ahsoka ed è stato produttore esecutivo della terza stagione di The Mandalorian, interpreta il pilota Jib Dodger nel film. Come la collega, Famuyiwa ha già interpretato Jib Dodger nei capitoli 6, 21 e 24 di The Mandalorian.
Anche il neo-copresidente della Lucasfilm Dave Filonifa la sua comparsa nel film, dove riprende il ruolo del pilota dell’X-Wing Trapper Wolf. Filoni aveva già interpretato Trapper Wolf nei capitoli 6, 10, 21 e 24 di The Mandalorian.
Ovviamente Tra i piloti dello squadrone di X-Wing della Nuova Repubblica non poteva mancare Carson Teva. L’amato personaggio interpretato da Paul Sun-Hyung Lee è apparso in precedenza nelle stagioni 2 e 3 di The Mandalorian.
The Mandalorian and Grogu: Uno spaghetti western nello spazio
Come tutti i film della saga di Star Wars (tranne la nuova trilogia, che per il sottoscritto non esiste…), The Mandalorian and Grogu si presenta come un trionfo visivo capace di catturare l’attenzione sia dei fan di lunga data che dei nuovi spettatori, e al contempo di restituire al franchise quella dignità cinematografica che mancava dalla fine dell’impero galattico (lo ribadisco ancora per sicurezza, la nuova trilogia non esiste).
Il cuore pulsante del film risiede nella sua straordinaria capacità di rielaborare gli archetipi dei generi western e cyberpunk, adattandoli perfettamente alle atmosfere classiche della space opera per eccellenza. Il parallelismo più evidente è senza dubbio quello con Per un pugno di dollari di Sergio Leone. Din Djarin, sotto il cui elmo si nasconde Pedro Pascal, eredita la stessa magnetica e silenziosa presenza del pistolero interpretato da Clint Eastwood. La sua armatura di beskar e l’iconico elmo mandaloriano diventano il corrispettivo del celebre poncho e cappello da cowboy, capaci comunque di trasmettere emozioni nonostante il volto del protagonista non sia quasi mai visibile.
La sceneggiatura gioca poco sui dialoghi, preferendo azioni ricche di adrenalina alternate a momenti di silenzio densi di significato. I pianeti dell’Orlo Esterno mostrati nel film diventano come un territorio di frontiera spietato, dove la Nuova Repubblica fatica a imporre la propria legge e i rimasugli dell’Impero si muovono come bande di fuorilegge e sindacati criminali.

Un omaggio a Blade Runner
La seconda parte di The Mandalorian and Grogu è ambientata nei bassifondi della grande metropoli del pianeta Shakari, governata da un sindacato criminale. Qui il film compie una sterzata netta verso le atmosfere cyberpunk, con un omaggio implicito a Blade Runner. La scenografia e la fotografia di questo atto ricalcano perfettamente quelle del film di Ridley Scott, a tal punto che una scena particolare, dove il cacciatore di taglie cammina tra la folla indistinta della magalopoli, illuminato dai riflessi acidi dei neon cromatici delle insegne sulla strada, per giungere poi al bancone di un ristorante alieno mobile, ricorda molto la medesima scena iniziale del film con protagonista Harrison Ford. Un dualismo stilistico che arricchisce la pellicola elevando il film ben oltre il semplice intrattenimento pop.

La Forza del legame tra Mando e Grogu
Se la superficie diThe Mandalorian and Grogupulsa di azione leoniana e suggestioni cyberpunk, il nucleo vitale ed emotivo della pellicola si rifugia in una dimensione profondamente intima. Anche chi non ha visto la serie e conosce poco i protagonisti, può facilmente percepire come Il film si riveli, in fin dei conti, come un’opera sulla cura e sulla responsabilità, dove vegliare e proteggere l’altro diventano gli imperativi portanti di un particolare percorso di formazione.
Nella tradizione di Star Wars, l’archetipo paterno ha quasi sempre camminato lungo i binari del conflitto lacerante e della tragedia — si pensi alle dinamiche tormentate tra Darth Vader e Luke Skywalker. In questa pellicola, al contrario, assistiamo alla declinazione più delicata e lirica di questo macro-tema. La potente aura del cacciatore di taglie rivestito di beskar accanto al bambino alieno indifeso si trasforma in una splendida allegoria della genitorialità: una prima fase in cui il genitore assume su di sé ogni pericolo e fardello, affrontando le ostilità del mondo, per poi addestrare progressivamente il figlio a fare a meno del suo aiuto e a diventare finalmente padrone di sé.

Come accennato in precedenza, sotto l’elmo Pedro Pascal riesce a emozionare profondamente attraverso una solenne riservatezza e un’imponente presenza scenica; è straordinario notare come il non mostrare il volto riesca persino ad accrescere il livello di empatia dello spettatore, trasformando la maschera stessa in un amplificatore emotivo. Il vero dramma umano che si prefigura all’orizzonte qui non è legato alla classica attrazione del Lato Oscuro o a una titanica lotta contro un male di sfondo, bensì alla paura profonda del distacco, della perdita, e alla complessa sfida dell’autonomia generazionale.
Il regista Jon Favreau modella questo rapporto con una delicatezza toccante e un’ironia contagiosa, integrando perfettamente la solennità del mandaloriano con la dolcezza dei piccoli gesti di Grogu, ricordandoci che la vera Forza protettiva risiede, prima di tutto, nell’inossidabile legame di una famiglia.





